Dopo quasi un'anno dalla premiazione a Cannes, finalmente i nostri distributori si sono decisi a far vedere anche da noi l'ultimo film di Ken Loach, I, Daniel Blake. Non è il miglior film del regista se lo valutiamo secondo parametri artistici ma è uno dei più intensi ed anche dei più tragici. L'ironia tipica del buon ken, qui è quasi sparita, c'è solo un'atmosfera cupa di disperazione che aumenta man mano che il film va avanti, quando assistiamo alle vicissitudini di un anziano lavoratore inabile al lavoro ma senza nessun diritto. Il protagonista cerca di capire ma si trova davanti un muro non solo di regole ma anche di persone che aderiscono senza alcuna fatica al modello dominante, senza porsi tanti perchè. Capisce di essere diventato uno straccio, niente e sopratutto capisce quello che vogliono da lui: la sua cancellazione come coscienza, come entità, con una considerazione di sè e del mondo diversa da loro. Le persone attorno a lui, giovani , si salvano accettando il degrado e l'annullamento, lui non può, non nè è capace e viene strappato ad un futuro nerissimo solo dalla morte. Il regista a tratti usa anche la commozione ma non scende mai nell'abisso della lacrima facile, ha rinunciato al suo cinema asciutto e sintetico pur di farci capire lo stato delle cose, l'orrore, come direbbe il colonnello Kurtz in cui giorno dopo giorno siamo scivolati. Come ci si salva da tutto questo? Forse con la consapevolezza che mettersi contro questo modello non è facile nè conveniente, ma rimane l'unico modo d'immaginare qualcosa di diverso

Nessun commento:
Posta un commento