E' molto difficile capire il cinema di Malick, dell'ultimo Malick in bilico tra tirata morale e grandi domande, tra ricerca e senso del tutto. Il buon Terence sa il rischio che corre, ma va avanti senza paura, i risultati sono spesso incoerenti, discontinui ed al limite del kitch ma, colpiscono per l'intensità , ha qualcosa da comunicare, non ha più molto tempo a disposizione e cerca di dirci il più possibile nel modo che gli riesce meglio. Possiamo dire che il suo è un cinema laico, perchè nonostante i riferimenti a Dio ed all'assoluto alla fine il vero protagonista è il caso e quel senso di mancanza che ruba tutte le nostre vite. Niente è per sempre, tutto ci viene dato e ci viene tolto, ma in tutto questo non c'è nessun disegno divino, nessuna provvidenza e nessuna condanna, è la vita stessa che crea e distrugge, fa incontrare e fa perdere, fa amare e fa odiare, dà e toglie, senza una logica ed un significato preciso, forse se c'è una logica è la logica del caos in cui siamo risucchiati ed in cui crediamo di essere protagonisti. Alla fine i personaggi di to wonder comprendono, ma probabilmente non ne capiscono le cause, che ciò che li accomuna è la perdita, irreparabile ed apparentemente immotivata, non ci sono speranze e non c'è futuro. E' un cinema che trae spunto dai grandi maestri europei, Bergman e Resnais ma senza la loro potenza evocativa e diciamolo, senza la furbizia che permetteva loro di stare alla larga dai pericoli di un eccessivo uso del linguaggio, di scadere cioè nel manierismo di facciata, nelle lungaggini e nell'eccessivo uso di stilemi e modi di intendere le immagini.
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