Cosa succede quando l'infinitezza e la mancanza di limiti si scontrano con la consapevolezza del finito e del limite? Tutta la metafisica occidentale da Platone in poi è andata avanti con il cercare queste due entità, raggiungerle, quantificarle, assoggettarle, ecco assoggettare l'infinito è stato possiamo dire il grande sogno della filosofia, dal mondo delle idee alla relatività, con al centro questo ente al di sopra degli altri enti chiamato uomo, senza minimamente rendersi conto che forse così facendo ci stavamo perdendo qualcosa o meglio perdendoci in qualcosa che era fuori dalla nostra portata, di cui non avevamo nè il controllo nè l'appartenenza, cosa di cui invece eravamo stati più che certi fino a poco tempo fa. Scardinare l'uomo dalla sua presunta centralità nel mondo è stata una cosa buona e giusta, ma adesso che anche i custodi del sapere sanno che la stanze sono state tutte numerate e che le abbiamo tutte occupate, che si fa? Dove si va? Difficilmente si può traformare una Ferrari in una utilitaria, difficilmente si può pensare di adattare un modo di pensare legato ad una crescita infinita a dei limiti oggettivi, a dei confini invalicabili, ma è quello che, volente o nolente, sta succedendo, e qui, le domande, le incognite ed i pericoli sono tanti. La metafisica muore proprio nel momento in cui scopre di essere giunta alle porte alla propria finitezza, cioè in sostanza, di avere raggiunto il suo scopo, sinistra contraddizione ma ampliamente prevedibile, come dopo un lungo viaggio si arriva destinazione scoprendo così che loscopo non era il punto d'arrivo ma il viaggio, esaurito il quale si perde anche il senso e la ragione del proprio modo di stare dentro le cose: ed ora? Se non ho niente da chiedere e da cercare cosa sono dove vado? Come direbbe un personaggio di Moretti. Accettare un mondo senza un futuro delineato e prevedibile sarà possibile? Sarà possibile accettare l'inaccettabile? Ma come diceva il grande Eraclito, chi non s'aspetta l'inaspettato, non troverà mai la verità
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