Oggi nelle pagine locali di "Repubblica" interessantissimo articolo-intervista ad un ufficiale giudiziario, lavoro duro ed ingrato, uno di quelli che la gente comune evita equiparandolo al becchino, al boia, tanto odio e pochissime soddisfazioni. Ma il nostro ha le idee chiare, non cerca di suscitare simpatia, comprensione, non cerca di giustificarsi, i suoi clienti lo definiscono il becchino dei vivi ma lui ha imparato che poi le cose non sono mai come ce le immaginiamo, a volte sono molto più brutte e così, sfratto dopo sfratto acquisisce quella consapevolezza di sè che lo porta a fare sempre meglio il suo lavoro. Il punto è proprio questo cosa spinge tanta gente a continuare attività che gli altri ritengono degne solo di ribrezzo? Probabilmente finiscono per amare proprio quello che gli altri rifiutano, la parte peggiore. Un boia non dimenticherà mai l'ultimo sguardo del condannato e da quello ne trarrà forza come uno sciamano, sensazioni negate alla gente comune ed a chi ha una visione consueta della vita e della morte. Il nostro personaggio in questione sa ed ammette che quando entra nelle case di gente che deve buttare fuori lo fa sapendo che potrebbe non uscirne vivo, un pò come il mercenario su un campo minato, ma quella sensazione di essere al limite tra ciò che sa e ciò che può succedere è quella che lo attira di più, che gli dà la giusta motivazione. Non c'è nessuno che può consigliare, dare le indicazioni giuste, è solo l'istinto che può salvarlo, annusando l'aria, guardando le persone e cercando di capire subito, lui dice trenta secondi massimo, ciò che vogliono fare di te. L'orrore, l'orrore, diceva il colonnello Kurtz. Orrore di cui non sapeva più fare a meno
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